13/12/2017| 1660 articoli presenti
 

Clemente (Pd) sbatte la porta
"Non mi volete candidato a sindaco? Me ne vado" - 1 -

Clemente (Pd) sbatte la porta

La bomba doveva scoppiare ed è scoppiata. Il capogruppo del Pd in consiglio comunale Mauro Clemente se n'è andato, a pochi mesi dalle amministrative, dal partito che lo ha eletto.
 
Dimissioni clamorose le sue, visto che il commercialista arrivato nella coalizione di centro sinistra sulle ali di 300 preferenze, finora non aveva mai brillato di luce propria. mai un'interrogazione scomoda in consiglio comunale, un'interpellanza clamorosa al sindaco Ersilia Nobile sui mille intrecci di affari e affarucci di vario genere e specie.
 
Nulla, un beato silenzio fatto di incontri politici di partito, di scambi di opinioni e di tante animate conversazioni. 
 
Da quest'estate invece ha improvvisamente messo il turbo, politicamente parlando, s'intende. Improvvisamente si è presentato come unico e solo candidato del Pd alle prossime iniziative.
 
La sua mossa ha creato malumori: "Ma chi lo ha deciso che deve essere lui il rappresentante della lista? - si sono chiesti i non numerosi militanti del partito di Bersani a Vieste - Come mai non veniamo chiamati a decidere?"
 
Anche Giuffreda (vendoliano di ferro e rappresentante a Vieste di Sinistra, Ecologia e Libertà) ha avuto buon gioco nel reclamare le primarie: "In Puglia le abbiamo fatte e sono nello statuto - ha insistito - Perchè non chiamiamo tutti i simpatizzanti a scegliere il futuro candidato sindaco per preparare una lista unica?"
 
Per un mese e mezzo Clemente ha fatto pollice verso: "Il candidato sono io. Punto e basta" ha ripetuto con ostinazione a tutti, compreso il segretario provinciale Pd, Campo, che cercava una mediazione. Tutto inutile. L'altra sera in consiglio comunale ha buttato il tavolo all'aria e ha annunciato le sue dimissioni, motivandole con non meglio precisate opposizioni da parte del gruppo storico che comanda nel Pd.
 
Che le sue bestie nere fossero Aldo Ragni e Michelangelo Di Candia si era capito, ma chi aveva dei dubbi se li è tolti il giorno dopo quando il paese è stato tappezzato di manifesti con una lettera aperta agli elettori con tanto di stemma del Pd in alto a sinistra.
 
Parlando da ex militante deluso ha puntato il dito contro Ragni indicandolo, solo ora dopo quasi cinque anni di consiglio comunale e dopo averlo sposato nelle candidature che gli hanno permesso di arrivare in consiglio, come l'artefice di esclusioni ai suoi danni.
 
E le cose da fare o già fatte per Vieste? Il lavoro politico?
Macchè, niente da dire. Il suo manifesto politico è condensato in pochissime righe, tra le tante parole, in cui si lamenta per aver cercato di portare nuove persone, esperienze e ceti sociali a governare il paese. Tutto qui? Tutto qui. Non un accenno sulla qualità dell'amministrazione negli ultimi vent'anni, sulle occasioni mancate e sugli errori gestionali che lui aveva promesso nel 2005 di voler cambiare per far voltare pagina alla ex 'perla' del Gargano.
 
Una furia incontenibile la sua. Un rifiuto totale dopo cinque anni di silenzi pubblici in consiglio, a parte qualche dichiarazione di principio di cui si è persa memoria.
 
Ma c'è chi dice che la sua scelta di dire già da luglio "O ceglite me come sindaco oppure faccio una lista per mio conto" sia stata figlia di una serie di contatti e valutazioni che non ha fatto da solo. E quindi, sempre secondo questa tesi, l'uscita clamorosa alla vigilia dello scioglimento del consiglio, ma senza ovviamente abbandonare lo scranno di consigliere, sia il penultimo anello di decisioni prese altrove. Il colpo di scena è ormai prossimo a maturazione.

 

( 1 - Continua )