20/10/2017| 1655 articoli presenti
 

Craxi a Vieste
sul referendum
"Non ci stiamo
a rottamare
i bisogni
dei cittadini"

Craxi a Vieste
sul referendum

    VIESTE – Nonostante pioggia e vento freddo, una sessantina di persone hanno affollato la sala dell'hotel Falcone per ascoltare Bobo Craxi, uno dei referenti nazionali della campagna per il No al referendum voluto dal governo Renzi. Per l'occasione non è mancato nessuno dei responsabili del Comitato viestano per il No, a partire dal coordinatore Giorgio Russo, sino a molti dei firmatari del documento che in pieno agosto aveva chiarito l'impegno a favore di questa battaglia.

     A fare gli onori di casa anche Michele Lapomarda per il Psi e Ciro Mundi, coordinatore provinciale del No.

   Tra gli ascoltatori non mancavano esponenti del fronte conservatore, schierati  per rifiutare l'ultima legge di Renzi, così come la vecchia guardia del Pci, inorridita dagli strappi alla Costituzione (“Identici a quelli che voleva fare Berlusconi” sussurravano sottovoce in sala). E neppure i nostalgici del Psi di Bettino Craxi, venuti a fare la tara dei ricordi, con lo stato maggiore dei socialisti viestani in ordine sparso.

   Ma a parte qualche pausa nei concetti, lo sguardo rivolto in alto a cercare l'aggettivo giusto, la somiglianza tra padre e figlio finiva lì.

    Bobo Craxi non ha concesso nessuna nostalgia alla cosiddetta Prima Repubblica, se non l'onore delle armi a chi si è battuto per mantenere la Costituzione sempre vicina all'impostazione originale.

“Quando fu approvata la carta fondamentale delle nostre leggi – ha argomentato Bobo Craxi – fu varata da esponenti di tutte le culture politiche e approvata da una larghissima maggioranza. Qui accadrà il contrario, perchè non si chiede neppure il quorum come per gli altri referendum. Oggi vediamo in Italia lo stesso fronte delle coscienze, quello di chi rifiuta lo strapotere dell'esecutivo, che raduna un arco amplissimo di ideali e di ideologie. La gente ha capito bene che, ad esempio, la corsa ad approvare il pareggio di bilancio per inserirlo nella Costituzione è una corda che ci sta strozzando tutti: non ci potrà mai essere ripresa economica se Renzi deve chiedere il permesso di raccogliere qualche soldo per i terremotati e i migranti”.

“Ma c'è di più – ha sottolineato – Che senso ha una riforma che mantiene un Senato e i senatori fatto da consiglieri regionali già pagati per fare il loro mestiere nelle loro regioni? Prenderanno due stipendi? Che ce ne facciamo di un Senato eletto da oligarchie dove i cittadini non contano più nulla? E' questa la repubblica che vogliamo, quella di partiti che sono alleanze elettorali e puri centri di potere? Con un governo come questo, che ha abbandonato il Mezzogiorno, che si è imbarcato nel populismo di Stato, non c'è da aspettarsi nulla di buono. La polemica contro gli statali è l'antipasto, dopo toccherà ai sindacati. E il capo di turno sceglie il bersaglio di volta in volta” .

    “La triplice firma apposta alla promulgazione della Costituzione – ha osservato dal canto suo Giorgio Russo - rappresenta la coscienza unitaria dalla quale nasce. C'è la firma di Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato, erede della tradizione liberale, quella di Umberto Terracini, presidente dell'Assemblea costituente e fondatore con Gramsci evTogliatti del PCI provenienti dalla grande famiglia del socialismo, e la firma di Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio e già primo successore di Sturzo alla segreteria del Partito Popolare, rappresentante della tradizione cristiana. La votazione finale del testo raggiunse il 90% dei componenti dell'Assemblea Costituente. Oggi, invece una maggioranza risicata vuole cambiare la seconda parte della Costituzione Italiana. Ma oggi quale pensiero politico rappresenta Renzi? Di quale eredità è portatrice Maria Elena Boschi? Quella di una cultura che sventola la bandiera del rinnovamento, ma in realtà, consapevoli o meno, si accingono ad abbattere le garanzie di eguaglianza, di fraternità e di solidarietà fondate dalla Costituzione Italiana”.

    “Ne deriva – ha concluso - che si disperde ogni carattere democratico della Repubblica quando viene meno quell'insieme minimo di valori e di norme fra cui essenziali: la sovranità popolare, il principio di legalità delle garanzie costituzionali, il pluralismo sociale e istituzionale, il principio di

uguaglianza e l'indipendenza della magistratura”.