18/06/2019| 1739 articoli presenti
 

Un anno fa rapiti e uccisi i Piscopo
Nell'anniversario Vieste piange l'ennesima vittima della malavita

Un anno fa rapiti e uccisi i Piscopo
Nell'anniversario Vieste piange l'ennesima vittima della malavita

VIESTE - E' un anniversario molto triste quello che si celebra oggi. Vieste piange la barbara uccisione di Michele Mafrolla, il cui scheletro è stato trovato nelle campagne una decina di giorni fa, negli stessi giorni in cui cade il primo anno dal sequestro di Martino e Giovanni Piscopo.
 
Il 18 novembre 2010, con una tecnica da commando militare, il ezzo su cui i due fratelli, tra l'altro contitolari di strutture turistiche a Sfinalicchio,  viaggiavano per andare a lavorare in campagna.
 
Tre gruppi, una sola banda: una staffetta davanti, una sentinella dietro per proteggere chi stava speronando l'autocarro dei Piscopo, poi il resto è noto; silenzio assoluto, tre mesi di silenzio, una fiaccolata notturna e infine i resti carbonizzati dei loro due cadaveri.
 
Quel duplice omicidio scotta ancora perchè se i moventi possono avere qualche indizio di indagine, che resta ben coperto, la tecnica usata per sopprimerli resta ancora nel buio.
 
Due quesiti, sopra tutti. Come hanno fatto gli assassini a bruciare i cadaveri a neanche due settimane di distanza? E' pacifico che non li hanno tenuti prigionieri per giorni, ma li hanno eliminati poco dopo il sequestro.
 
Mantenere una latitanza con persone nascoste in prigioni sotterranee lascia tracce e proprio questo volevano evitare i malviventi.
 
Al tempo stesso non possono, intuitivamente, aver sepolto i corpi perchè dopo tre settimane circa li avremmo trovati ridotti male, come è accaduto per Michele Mafrolla.
 
E dunque il quesito è: dove li hanno tenuti per bruciarli quasi integri a tanti giorni di distanza?
 
Per Michele Mafrolla è l'esatto contrario. E' stato ucciso poco dopo il sequestro, per ragioni collegato a una vendetta, a uno sgarbo.
 
Soprattutto - vista la tecnica dell'assassinio con l'inganno, l'agguato, il sequestro e lo spostamento del prigioniero prima dell'omicidio a colpi di arma da fuoco - la motivazione dell'omicidio passa in secondo piano.
 
Per lui, che voleva vivere con la sua fidanzata ritrovata e pure in attesa di una bimba, conta più la tecnica usata per levarlo di mezzo della motivazione.
 
Chi, se non un gruppo legato alla mafia garganica, come la definiscono i Procuratori Laudati e Seccia e ora anche i rapporti degli inquirenti, poteva mettere in campo una così vasta e sofisticata rete di complicità per portare a termine quell'omicidio?
 
Ai viestani per ora non resta che il silenzio e la riflessione. E fare tesoro dell'accaduto.
 
Soprattutto occorre capire che non è col nascondere il termometro che si fa passare la febbre: non che negando l'evidenza di una mafia potente e organizzata che si può pensare di riguadagnare un minimo di vita civile e sana.
 
Da ultimo: nella contabilità recente dei morti ammazzati manca ad esempio il signor Pirro, dagli anni Settanta patron indiscusso di Paradiso Selvaggio e abitante a Vieste dove aveva relazioni e consuetudini.
 
E' stato ucciso a Bari, ma nessuno mette il suo cadavere vicino agli altri.
 
Non è stata la stessa regia?
 
Agli inquirenti la risposta.
 
18 novembre 2011