21/07/2018| 1717 articoli presenti
 

Quelle scoperte
archeologiche a Vieste
e i minatori
di 10 mila anni fa

Quelle scoperte
archeologiche a Vieste
e i minatori
di 10 mila anni fa

   VIESTE  -- Non sempre le risorse di un territorio vengono adeguatamente studiate e valorizzate, anche per farne un elemento distintivo sul mercato turistico. Così tra i gioielli di famiglia dimenticati c'è ad esempio a Vieste la miniera preistorica della Defensola, la più grande e ricca d'Europa, così come spiegato dai maggiori ricercatori che studiarono i reperti trovati da due talentuosi appassionati, Antonio Cirillo e Giuseppe Ruggeri. E proprio a quest'ultimo, prematuramente scomparso , che viene dedicato questo contributo.
 

  Già in un convegno dell'82 uno fra i più illustri studiosi europei della preistoria, il prof.
Arturo Palma di Cesnola, lesse una relazione facendo il quadro sulla preistoria nel territorio di Vieste dal Paleolitico inferiore alla fine dell'Eneolitico.

"Di Cesnola - scrive Di Carlo - precisò che, fino a pochissimi anni prima, le conoscenze sulla Preistoria antecedenti l'Età del Bronzo riguardanti il territorio di Vieste erano del tutto modeste e che la svolta arrivò tra il 1978 e il 1979, quando si ebbero  i primi contatti tra l'università di Siena e i valenti ricercatori locali Antonio Cirillo, Giuseppe Ruggieri e Angelo Vaira che li elogiò pubblicamente. "La preistoria paleo-neo-eneolitica del territorio viestano si è ampliata grazie all'opera di prospezione, segnalazione e raccolta meticolosa e intelligente dei nostri giovani amici e collaboratori viestani».

Dagli studi citati è emerso un Gargano autentico distretto minerario della Preistoria con ben diciotto miniere presenti nel territorio dei comuni di Vico del Gargano, Peschici, Vieste e Mattinata.  La spinta decisiva arrivò nell'81 con una scoperta inaspettata, ad opera dei giovani ricercatori Giuseppe Ruggieri e Antonio Cirillo, quando trovarono la più antica e grande miniera d’Europa per l’estrazione di selce, materiale largamente utilizzato già nel Neolitico Antico prima dell’uso dei metalli.

  I rilievi eseguiti nel 1986 dal prof. Attilio Galiberti, docente dell’Università di Siena, sul versante sud-orientale di località “Intreseglio-Defensola”, hanno riportato alla luce picconi da miniera, ceramiche, lucerne di pietra, punteruoli d’osso, resti di fauna.

Il Gargano, grazie alle rocce calcaree ha da sempre presentato rocce e pietre utili alle attività umane. Per secoli gli accumuli di sabbie venivano utilizzati nelle malte cementizie; dalla pietra bianca e tenera di Monte Sant’Angelo si preparavano intonaci e si ottenevano preziosi altari per le chiese e artistiche statuette dell’Arcangelo Michele incise dalle mani esperte di abili scultori locali. Dalla pietra dura e pesante si preparava la calce, mentre la pietra “molare” veniva utilizzata negli antichi frantoi per estrarre l’olio dalle olive.

Se le selci taglienti erano state estratte, lavorate e commercializzate nell’intero Mediterraneo sin dal Neolitico, col tenero tufo si costruivano le case dal Settecento. I filoni di pietre stratificate erano utilizzati per ricoprire i tetti delle case, mentre dalle cave di San Giovanni Rotondo, in località “Caldaroso”, e di Apricena e di Poggio Imperiale, si estraevano i marmi che avrebbero impreziosito i palazzi reali di Napoli capitale.

Nel 1936, la Montecatini di Milano avrebbe iniziato i processi di estrazione della bauxite, un miscuglio di vari minerali che si trovava facilmente all’interno di cavità comprese tra i calcari argillosi in località “Quadrone” del territorio di San Giovanni Rotondo. La bauxite, da cui si estraeva l’alluminio, veniva caricata a Manfredonia e spedita via mare a Marghera per la produzione di aerei, mobili, lampadine ed aveva anche lo scopo di sostituire il rame proveniente dall’estero durante il periodo autarchico e in prossimità dell’imminente guerra. La miniera di San Giovanni divenne una delle più grandi d’Europa, si estendeva su ben 1640 ettari che sconfinavano anche nel territorio di San Marco in Lamis. Giunse ad occupare 600 operai e ad assicurare una produzione di 200 mila tonnellate all’anno, nonostante le ampie falle per la sicurezza e per la salute degli operai.
    Nel secondo dopoguerra, migliaia di braccianti e contadini del Gargano, discendenti e fieri eredi degli antichi minatori del Neolitico, furono costretti dalle condizioni di totale subalternità in cui erano stati relegati forzatamente dal processo unitario in poi fino a tutto il periodo del fascismo, ad emigrare nelle miniere del Belgio, della Francia e della Germania".